Gue Pequeno racconta il nuovo album Mr. Fini

Sono passati quasi vent’anni dalla prima intervista che feci a Guè Pequeno, all’epoca noto ancora come Il Guercio e membro del trio Club Dogo (assieme a Jake La Furia e Don Joe), il gruppo che più di ogni altro ha contribuito a traghettare il rap in Italia da feticcio per pochi carbonari a linguaggio intragenerazionale. Non so se all’epoca Guè credesse di diventare mai un punto di riferimento per la scena musicale italiana – io di certo no, visto quanto era conservatore l’ambiente discografico dell’epoca e quanto fosse difficile uscire dai soliti giri dell’underground.

Ma negli anni, prima frequentandolo, poi lavorandoci insieme, infine assistendo alla sua crescita da distanze crescenti, ho potuto constatare come una visione artistica a 360°, unita a un’etica lavorativa da professionista (che oggi troppi dimenticano di sottolineare, quasi che il successo gli sia caduto in mano dal cielo), stesse facendo breccia attraverso le numerose barriere culturali che fino ad allora avevano consentito solo successi più o meno passeggeri a pochissimi artisti. E questo fin dal principio, quando di soldi ce n’erano pochi e improvvisazione tanta: ricordo i brainstorming per il logo dei Dogo, le idee per i concetti dei primi set fotografici (li chiamo così, ma è fargli un complimento) e dei video e soprattutto, una volta arrivati i primi successi, ricordo i racconti di pellegrinaggi attraverso la penisola fatti per consolidare un successo che non era mai dato per garantito.

Ecco: per tutti questi motivi non sono affatto meravigliato di ritrovare Guè, quasi dieci anni dopo l’ultima volta in cui ci eravamo visti di persona, non più in un parco o in un pub, bensì in uno studio con tutti i crismi e assistenti che servono da bere, con il settimo album da solista – Mr. Fini – uscito da pochi giorni, e con un Datejust al polso che segna in dodici rate del mutuo i gradi di separazione tra le nostre vite.

Ecco: se non sapessi la fatica che c’è dietro a quel segnatempo, forse rosicherei. Invece sono curioso di sapere cosa lo ha spinto a lanciarsi in un nuovo giro di giostra discografico quando, a ben pensarci, a questo punto della carriera ha solo da perderci.

La prima impressione che ho avuto al termine dell’ascolto di Mr. Fini è che è un album denso. Forse più di quelli attualmente in circolazione, sicuramente più del tuo disco precedente, Sinatra. 17 tracce sono tante, oggigiorno…
Quando l’ho concepito avevo in mente certi classici di metà anni Zero come Tha Carter I e II di Lil’ Wayne. La tendenza contemporanea – il disco da dieci tracce da tre minuti l’una – non m’interessava, perché volevo fare un disco che da un lato sottolineasse il mio status, e dall’altro racchiudesse tutte le influenze che compongono la mia identità artistica. In altre parole, non mi interessava seguire l’hype e mettermi in competizione diretta con l’ultimo degli esordienti, ma fare qualcosa che suonasse senza tempo. Difatti dentro puoi sentire influenze che vanno dal pop anni ’80 al reggae, alla dub, al rap puro e così via. Però non è un compendio per nostalgici, capiscimi bene, a me la roba attuale piace tantissimo, semplicemente non l’ho replicata 1:1 ma l’ho reinterpretata.

In effetti c’è poco autotune – perlomeno rispetto alla media. Però tra tutte quelle influenze che hai citato mi pare che manchi il rap classico, col quale pure sei cresciuto, e che anche commercialmente sta tornando in vista da qualche anno a questa parte.
Invece c’è, nella misura in cui alcuni pezzi sono rappati dall’inizio alla fine – come Il Tipo – oppure dove campiono un loop di chitarra come si faceva nella seconda metà degli anni ’90, tipo Nas con The Message o AZ con S.O.S.A. Se invece ti riferisci all’estetica vintage fatta di beat senza batteria e campioni cupi, non la seguo perché non m’interessa. La trovo manieristica tanto quanto la trap più banale e, anzi, rispetto a quest’ultima è pure un po’ ipocrita. Perché se da un lato c’è la fila per perculare il ragazzino che copia tutto dagli americani, dallo slang ai gang sign – e ci sta, eh, è oggettivamente ridicolo – dall’altro c’è un’aura di rispettabilità immotivata. Cos’è, solo perché in America sta roba la spinge Virgil Abloh allora è lecito copiarla? Alla fine si torna sempre al discorso dell’hype e degli endorsement: ti garantisco che se oggi mi mettessi a dire su Instagram che tu sei il nuovo Post Malone o che io mi merito il Premio Strega, parecchia gente ci crederebbe.

Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, di buono c’è che, a differenza di un tempo, oggi è più facile avere uno sbocco professionale.
Ma infatti non vorrei scadere nella diatriba generazionale, anche perché pur non essendo mai stato un fan del rap italiano, oggi lo trovo migliore di quello di un tempo, malgrado vi sia un generale appiattimento su uno specifico suono e su uno specifico stile. Detto questo, trovo improduttivo focalizzarsi negativamente sui mille cloni di uno Sfera Ebbasta, perché così si trascurano le qualità di quest’ultimo e non si impara niente. Guarda infatti le critiche: per una fetta d’Italia il problema di Sfera sarebbe che usa trenta parole in una canzone, magari pure semplici, e questo non fa abbastanza intellettuale. Però le sue trenta parole sono evocative! E chiunque abbia mai preso una penna in mano dovrebbe sapere che essere sintetici è molto più difficile che dilungarsi – io stesso non sempre ci riesco e compenso in altri modi, ma sta di fatto che non mi si può dire che uno come lui non sia bravo solo perché altri lo copiano male, men che meno che un intero sottogenere sia una schifezza.

Beh, quello è un problema di critica. Un tempo c’era, nel bene e nel male, mentre adesso mediaticamente non esiste più.
Mah, si è passati da un estremo all’altro. Oggi vale tutto, mentre all’epoca dei Club Dogo c’era chi ci faceva storie perché parlavamo di far soldi o di droga, e questo per alcuni era copiare. Quando in realtà noi adattavamo una grammatica – sicuramente! – americana, ma ciò che descrivevamo era al 100% italiano.

Un’efficace traduzione culturale è forse esattamente ciò che ha segnato tutto il tuo percorso artistico, prima nei Dogo e poi da solista. E con successo, direi. Dopo 20 anni che fai musica è cambiato qualcosa?
L’unica cosa cambiata è che adesso, pur restando un artista da classifica, sono abbastanza tranquillo da guardare oltre alla competizione più immediata. Intendiamoci: voglio comunque avere dei bei risultati, e l’ansia da prestazione c’è sempre, ma non sento più di dovermi misurare con la qualunque. Perfino in Italia, ormai l’hip hop ha un bacino di ascoltatori che va dai 10 ai 40 anni e copre tutti i ceti sociali – dall’operaio al gallerista fino al criminale – quindi è possibile sviluppare individualità e percorsi che rispecchiano età, esperienze e gusti diversi. Lo dimostra, in tempi recenti, il successo avuto da Marracash, la cui maturazione artistica è innegabile. Ecco: penso che quella che ho dimostrato io in Mr. Fini sia paragonabile alla sua, ovviamente muovendomi su un percorso parallelo.

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Parlando di maturazione: ho notato una certa amarezza di fondo in molti tuoi pezzi, anche quelli formalmente più materialisti, come se un po’ ti fossi stufato di certe cose. È vero?
A livello introspettivo? Ti riferisci a Stanza 106? Beh ma quello l’ho sempre fatto, fin dai tempi de La stanza dei fantasmi

No: quelli erano episodi circoscritti. Qui invece l’atmosfera pesante avvolge quasi tutto l’album, con pochissime eccezioni. Magari è un aborto della mia fantasia, per carità…
Ok, ora capisco cosa intendi. Le risposte sono tante: banalmente, la prima è che comunque la vita che conduco non è una passeggiata di salute. Di esperienze negative sul fronte degli amici, delle donne, dei soldi e altro ne ho avute, perciò è inevitabile che in qualche modo perfino i pezzi più sboroni rispecchino questi aspetti. In secondo luogo, per come sono fatto io e per quelle che sono le mie influenze musicali e letterarie, di scrivere di quanto sono felice e contento non me ne frega assolutamente niente e, anzi, è proprio quando riporto i miei momenti più oscuri che sento di riuscire a comunicare meglio. In generale penso che sia il lato oscuro delle cose quello che consente a chiunque di esercitare e provare empatia col prossimo. Infine, forse proprio perché scrivo di tante cose materiali, mi viene spontaneo stemperare un po’ con una dose di realismo e riequilibrare la narrazione, altrimenti diventerebbe posticcia. È come nei film di gangster americani e quei personaggi a tutto tondo che li abitano…

In effetti anche la copertina è un riferimento al Padrino, oltre che, volendo, al tuo disco del 2015, Vero.
Esatto: puoi considerare Mr. Fini quasi come il sequel spirituale di quell’album, che, per inciso, è la mia opera preferita. E quanto al Padrino, ho voluto usare un esplicito riferimento cinematografico perché il mio disco è strutturato come un film.

Non è però un concept album.
Assolutamente no, è molto più elastico, però la parabola dell’antieroe c’è eccome: infatti si apre con dei pezzi molto swag e, man mano che prosegue, s’incupisce fino a chiudersi con l’introspezione più buia. Questo dell’approccio cinematografico è da sempre l’elemento che preferisco dell’hip hop, che, se ci fai caso, è l’unico genere che consente all’artista di esprimere una narrazione ritmata e coerente senza per questo dover restare sullo sfondo come sola voce narrante. Un esempio che mi viene in mente è quel classico dei Clipse, Hell Hath No Fury, che comincia con loro che vanno a comprare la coca dal sudamericano, e termina con Nightmares, un pezzo tutto sulla paranoia di essere traditi e incarcerati. Ecco: nel rap è possibile mettere in musica una serie di Netflix, e a me questa roba fa impazzire, da sempre. Non solo perché è divertente da fare, ma anche perché ti permette di essere creativo con la scrittura e lasciare messaggi, senza per questo dover salire in cattedra a spiegare all’ascoltatore come gira il mondo, che è una cosa che odio.

Ce l’hai un po’ ‘sto terrore di essere considerato un artista engagé, eh?
Guarda, a me fa godere la ricerca stilistica, lo storytelling, il racconto, la musicalità che si crea tra le parole… E al di là di quello non sento di avere nulla da insegnare, né men che meno sento il dovere di farlo. È per questo che non mi vedrai mai scrivere pezzi carichi di retorica o fare post paraculo su Instagram sull’ultimo avvenimento di attualità.

Però il rap, a differenza di altri generi, ha sempre saputo restare ancorato anche nell’attualità. Se fosse solo escapismo sarebbe scomparso come sono scomparsi mille altri generi negli ultimi cinquant’anni e, vista la situazione attuale, direi che sarebbe il momento peggiore per una fuga nella fantasia.
Ma infatti ritorniamo alla questione dell’intrattenimento, in senso lato. Ti faccio un esempio: a Napoli esiste la camorra, ci sono i morti in strada, e tanta gente con quella roba ci convive, suo malgrado o meno, ok? Beh, pensi che là non guardino Gomorra? Se lo fanno è perché quella serie parla di una situazione tremenda ma lo fa con diverse sfaccettature, inserendo piccole lezioni in un discorso complessivo che è comunque di intrattenimento. E la stessa cosa vale, che ne so, per The Irishman, che al di là di avere dei tic stilistici che soddisfano i fan di Scorsese – Joe Pesci che fa il matto, o quel mito di Bobby Cannavale che dà freschezza al tutto – racconta comunque una storia che va al di là della trama stessa.

Tuttavia, se un artista ha lo spessore personale e il curriculum giusto per esporsi in prima linea su un argomento, perché non dovrebbe?
Nessun motivo, però, appunto, deve avere lo spessore personale. Alla fine si ritorna sempre lì: devi parlare delle cose che fai e che sai. Io magari ho una fissa coi fintoimpegnati, ma se vuoi questo discorso lo possiamo estendere ai tanti sedicenti criminali che senti in giro, da Tekashi 69 in giù, dove chiunque abbia due occhi in testa e due esperienze di vita dovrebbe riconoscerli per quello che sono.

Tu sei sempre stato un personaggio un po’ controverso, in questo senso, perché le tue frequentazioni hanno un certo spessore penale. Eppure, tu non provieni da quel mondo lì: come vivi questa sorta di doppia personalità? E: come vivi il privilegio oggettivo di sapere che tu, da un momento all’altro, potresti distaccarti da quell’ambiente, mentre i tuoi amici no?
Parto dalla fine: è una contraddizione di cui sono conscio e con cui convivo, però sono proprio quelle persone che si gasano quando sentono che parlo della loro realtà nei miei pezzi, perché lo faccio bene e soprattutto lo faccio in modo autentico e rispettoso, senza fingermi Al Capone ma neanche facendo la morale. E questa autenticità e questo rispetto mi vengono naturali perché sono da sempre, come tanti, anche tu, attratto dall’underworld. Senonché il mio non è solo fascino voyeuristico, ma la voglia di provare esperienze che – ne sono convinto – arricchiscono la percezione della realtà, mia e di chi mi ascolta. In questo senso mi sento vicino a molti scrittori milanesi del passato come Scerbanenco o Pinketts, che hanno descritto così bene certe realtà proprio perché le vivevano in prima persona, non si limitavano a raccontarle. Per non parlare del Dino Buzzati di Un amore. Il privilegio di cui dici tu quindi c’è, ma si accompagna a quello di avere i mezzi per raccontare delle realtà che altrimenti resterebbero confinate nel loro mondo di origine, oppure che sarebbero anche raccontate, ma solo per chi già vi appartiene. Il mio è un circolo virtuoso: quello che prendo dalla strada cerco sempre di restituirlo, e lo faccio con rispetto e con onestà, tanto che i primi ad apprezzarmi sono i diretti interessati. E ricevere l’amore dalla strada per me è fondamentale.

Quest’intervista uscirà in concomitanza con Mr. Fini. È il tuo settimo disco da solista: dopo così tanto tempo ti è rimasta qualche paura?
Rimasta no, ne ho una nuova…

Sarebbe?
Che nel futuro possa capitarmi, com’è successo a certi rapper miei ex idoli, che un giorno si sono svegliati e di botto hanno smesso di essere capaci di rappare. Quello mi fa paura.

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